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NZZ Kolumne Büroskop | Dietro la bella facciata

Durante il colloquio di lavoro la flessibilità era stata un argomento importante. I collaboratori possono lavorare tranquillamente da casa, gli orari di lavoro sono assolutamente flessibili e l'azienda attribuisce grande valore a un modo di lavorare indipendente con gerarchie piatte, aveva sottolineato il responsabile del personale. «Poiché nel nostro ufficio open space si sceglierà ogni giorno il suo spazio di lavoro, verrà rapidamente in contatto con i suoi nuovi colleghi.» Questo sarebbe l'unico modo per far emergere soluzioni nuove e creative. «Sa, un modo di pensare fuori dagli schemi!»
Il nuovo collaboratore ripensò a queste parole quando una mattina arrivò più tardi in ufficio perché sua moglie non era stata bene e lui aveva dovuto sbrigare anche le faccende di cui normalmente si occupava lei. Dopo aver cercato a lungo, trovò un posto nell'angolo in fondo all'ufficio open space. Un paio di colleghi lo guardarono storto. Avrebbe voluto dire qualcosa di divertente, ma non osò disturbare l'atmosfera silenziosa.
Presso il suo precedente datore di lavoro aveva un ufficio singolo, e ciò aveva certamente i suoi vantaggi. Tuttavia, ora era contento di lavorare per un datore di lavoro progressista. Non sarebbe stato in grado di spiegare il ritardo al suo ex capo, che non mostrava alcuna comprensione per le imponderabilità della vita e non faceva altro che consigliarli di organizzare meglio la sua vita privata. Apprezzava anche il fatto di non dover rispettare un rigido orario d'ufficio e di poter tornare a casa prima. Dopo la storia della buonanotte, di solito tornava a sedersi al computer per sbrigare alcune pratiche lavorative. Ultimamente, però, faceva sempre più tardi, come lamentava la moglie. Ma non era facile, perché un progetto non riusciva a decollare, e l'altro si trovava nella difficile fase conclusiva. Inoltre, il suo capo gli aveva assegnato un paio di compiti extra per esprimergli, come lui stesso diceva, la sua fiducia. «Bisogna dare ai collaboratori la libertà di lavorare in modo autonomo», affermava per descrivere il suo concetto di leadership.
Al collaboratore questo concetto non dispiaceva affatto. Aveva bisogno di una certa autonomia per poter svolgere bene i suoi compiti. Ma la flessibilità del suo nuovo datore di lavoro lo metteva sempre più in difficoltà. Era inondato di richieste, ordini e commenti che gli pervenivano tramite diversi canali elettronici. Si era reso conto, inoltre, che in azienda i processi non erano effettivamente allineati al concetto di flessibilità che era stato tanto declamato. I collaboratori giravano come trottole per raggiungere obiettivi ambiziosi e rispettare scadenze ravvicinate. Lui stesso era incollato allo smartphone alla mattina presto mentre beveva il caffè, faceva telefonate urgenti durante il fine settimana e la sera sprofondava esausto nel letto dopo aver spento il PC.
Il lavoro flessibile che il collaboratore aveva immaginato non era proprio così. Anzi, riflettendoci in modo obiettivo, il cambio di lavoro aveva peggiorato il suo work-life balance e limitato la sua autonomia. Gli vennero in mente le parole del capo e si prefisse che gli avrebbe responsabilmente mostrato i limiti delle sue capacità. Quando il suo capo volle assegnargli un altro progetto, gli rispose che non avrebbe più potuto occuparsene. Ma il suo capo sembrava non capire e non credeva nemmeno che la soluzione potesse consistere nel migliorare la pianificazione delle risorse, adeguare i processi o definire nuovi obiettivi. Anzi gli diede una pacca sulla spalla e disse: «Dai che ce la fai, cerca solo di essere un po' più flessibile!».

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